{"id":14781,"date":"2010-05-12T17:56:49","date_gmt":"2010-05-12T15:56:49","guid":{"rendered":"http:\/\/www.imore.it\/rivista\/?p=14781"},"modified":"2017-04-30T19:27:51","modified_gmt":"2017-04-30T17:27:51","slug":"fashionaddictions","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.imore.it\/rivista\/fashionaddictions\/","title":{"rendered":"FashionAddictions"},"content":{"rendered":"<div id=\"attachment_14782\" style=\"width: 114px\" class=\"wp-caption alignleft\"><a href=\"http:\/\/www.imore.it\/rivista\/wp-content\/uploads\/2010\/05\/logo-modacult2.jpg\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" aria-describedby=\"caption-attachment-14782\" class=\"size-full wp-image-14782\" title=\"Logo del centro Modacult\" src=\"http:\/\/www.imore.it\/rivista\/wp-content\/uploads\/2010\/05\/logo-modacult2.jpg\" alt=\"\" width=\"104\" height=\"89\" \/><\/a><p id=\"caption-attachment-14782\" class=\"wp-caption-text\">Logo del centro Modacult<\/p><\/div>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il romanzo &#8220;I love shopping&#8221; di Sophie Kinsella, unitamente al precedente &#8220;Fashion Victim&#8221; di Sam Baker, sono stati i pionieri di una letteratura popolare che ha trattato in maniera ironica e a tratti inverosimile uno dei fenomeni pi\u00f9 diffusi e complessi della societ\u00e0 attuale, la fashion addiction. Si parla di voglia di differenziarsi, si parla di frenesia consumistica, ma ci\u00f2 che preoccupa seriamente, \u00a0\u00e8 che si parli di patologia.<!--more-->\u00a0Cos&#8217;\u00e8 a questo punto la dipendenza dalla moda e dallo shopping? \u00c8 possibile che due entit\u00e0 cos\u00ec sfuggevoli e di superficie possano generare nell&#8217;individuo comportamenti incontrollabili e indecifrabili? Queste sono solo alcune delle domande che ci si pu\u00f2 porre in relazione a tale fenomeno e sono solo alcuni dei quesiti che il convegno &#8220;Fashion Addictions&#8221;, tenutosi presso l&#8217;Universit\u00e0 Cattolica del Sacro Cuore in data 7 maggio 2010, ha tentato con successo di risolvere.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00a0L&#8217;evento \u00e8 stato organizzato dal Centro per lo studio della moda e della produzione culturale <strong>Modacul<\/strong>t, grazie al cui direttore Laura Bovone, docente ordinario di Sociologia della Comunicazione, \u00e8 stato possibile far tesoro degli interventi sul tema di tre principali studiosi europei, Ana Marta Gonzalez, Joanne Finkelstein ed Efrat Tse\u00c3\u00ablon. I tre interventi hanno analizzato il fenomeno in esame da differenti prospettive, conformemente al background accademico delle relatrici, che spazia dalla filosofia morale alla sociologia, per finire alle teorie sulla moda. Fornire un&#8217;analisi dettagliata di un tema cos\u00ec complesso ed arrivare a delle risposte esaustive \u00e8 un compito quanto mai arduo, soprattutto se si prendono in considerazione le svariate sfaccettature sociali, culturali ed economiche dell&#8217;argomento. Perci\u00f2 in questa sede tenteremo di ripercorrere i contributi degli studiosi precedentemente citati, cercando di fornire una visione d&#8217;insieme abbastanza chiara, seppur con il rischio di rimanere ad uno stadio superficiale di analisi.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il primo passo per arrivare a capire quali siano le motivazioni alla base di una condotta distorta e talvolta perversa del consumatore \u00e8 prendere in considerazione l&#8217;associazione fra immagine e identit\u00e0. Nel corso degli ultimi trent&#8217;anni del secolo scorso, la letteratura popolare di moda si \u00e8 soffermata in maniera crescente sulla funzione sociale dell&#8217;abito, considerando quest&#8217;ultimo un mezzo attraverso il quale l&#8217;individuo manifesta alla collettivit\u00e0 il proprio status e la propria estrazione sociale. Fin qui nulla di nuovo, n\u00e9 di preoccupante, se pensiamo ai contributi di imponenti sociologi come Veblen e Simmel, ideatori di alcune delle principali teorie relative ai fenomeni della moda e del costume. Nel momento in cui l&#8217;immagine per\u00f2 diventa fonte di conoscenza introspettiva e viene giudicata come piena espressione del carattere e della personalit\u00e0 individuali, allora l&#8217;apparenza e la superficie diventano sostanza e plasmano irrimediabilmente il modo in cui l&#8217;uomo guarda a se stesso e al prossimo. E soprattutto il modo in cui l&#8217;io si relaziona alla collettivit\u00e0, vedendo nell&#8217;attenzione di quest&#8217;ultima la <em>condicio sine qua non<\/em> per la legittimazione di se stesso come individuo. Without you I&#8217;m nothing, with you I don&#8217;t know&#8221;\u00a6spunto di riflessione e affermazione chiave dell&#8217;intervento di Joanne Finkelstein.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">L&#8217;identit\u00e0 risulta dunque essere uno dei concetti chiave per una salda comprensione del fenomeno delle dipendenze, soprattutto se considerata alla luce dei drastici cambiamenti intervenuti a plasmare la societ\u00e0 post-moderna, la societ\u00e0 dei consumi per eccellenza. Ed \u00e8 proprio nella trasformazione culturale subita dalla societ\u00e0 che affondano le radici dei problemi identitari dell&#8217;uomo contemporaneo, disorientato rispetto all&#8217;assoluta mancanza di entit\u00e0 superiori nelle quali cercare stabili significati.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Allo stato attuale, l&#8217;uomo si trova a vivere lo <em>stadio estetico<\/em> della propria esistenza, nell&#8217;ambito di un contesto sociale definito <em>emozionale <\/em>e caratterizzato da una cultura sperimentale proiettata verso l&#8217;immediata gratificazione. Una cultura dunque che valorizza e promuove la ricerca di nuove emozioni e nuove esperienze come il solo modo per fuggire dalla noia e dal vuoto circostanti. Una cultura che considera il tempo un&#8217;entit\u00e0 talmente sfuggente da dover essere afferrata e vissuta incondizionatamente, per non correre il rischio di perdere un&#8217;occasione che non si ripeter\u00e0. E a questo punto il problema non \u00e8 la gestione o l&#8217;espressione delle emozioni, ma la percezione della vita ordinaria, considerata fonte inesauribile di noia e tedio e scandita da due principali momenti: il lavoro e il tempo libero. Se il primo \u00e8 inevitabile per riuscire a sopravvivere e quindi sfugge alle logiche della vacuit\u00e0 di cui sopra, il secondo diventa l&#8217;unica occasione per vivere momenti unici, tentando di dare un senso alla propria momentanea esistenza. E come vivere in maniera totalizzante tali sprazzi di tempo? Consumando, o facendo uso di sostanze &#8220;liberatrici&#8221;, o entrambe le cose, data la vicendevole interscambiabilit\u00e0. Di conseguenza l&#8217;individuo, immerso in una societ\u00e0 che ha fatto della produttivit\u00e0 la sua stella polare, finisce per rimanere vittima dei meccanismi di consumo anche quando pensa di esserne fuori, data la momentanea lontananza dal simbolo per eccellenza del sistema produttivo che \u00e8 il lavoro. Ed \u00e8 a tal proposito che Bauman parla della sostituzione dell&#8217;eternit\u00e0 da parte dell&#8217;infinit\u00e0. Se nella societ\u00e0 pre-moderna l&#8217;uomo era spinto all&#8217;azione dalla promessa dell&#8217;eternit\u00e0, intesa come fonte di felicit\u00e0, che lo spingeva al sacrificio in prospettiva di una gratificazione durevole e totalizzante, ora l&#8217;individuo vuole sentirsi appagato istantaneamente, non \u00e8 disposto ad immolarsi e a pazientare per una giusta causa e la societ\u00e0 gli mette a disposizione la soluzione perfetta. Consumare per poter essere felici, consumare per sentirsi appagati, consumare per dare un senso ad una vita che apparentemente non ne ha. E anche nel caso in cui tutto questo non fosse sufficiente, &#8220;<em>ci sono le droghe a promettere un passo, anche breve, verso l&#8217;eternit\u00e0<\/em>&#8221; (Z. Bauman, Modernit\u00e0 Liquida).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ed \u00e8 da tali assunti che bisogna partire per riuscire a comprendere uno dei tratti significativi della nostra societ\u00e0, ovvero la &#8220;normalizzazione&#8221; delle pi\u00f9 svariate dipendenze. Si \u00e8 giunti a considerare i comportamenti compulsivi come parte integrante di un normale stile di vita, condotte comunemente accettate e ritenute la panacea alle tensioni strutturali della societ\u00e0 post-moderna.<\/p>\n\n\n\n\t<div class=\"dkpdf-button-container\" style=\" text-align:right \">\n\n\t\t<a class=\"dkpdf-button\" href=\"\/rivista\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/14781?pdf=14781\" target=\"_blank\"><span class=\"dkpdf-button-icon\"><i class=\"fa fa-file-pdf-o\"><\/i><\/span> PDF<\/a>\n\n\t<\/div>\n\n\n\n\n\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Il romanzo &#8220;I love shopping&#8221; di Sophie Kinsella, unitamente al precedente &#8220;Fashion Victim&#8221; di Sam Baker, sono stati i pionieri di una letteratura popolare che ha trattato in maniera ironica e a tratti inverosimile uno dei fenomeni pi\u00f9 diffusi e complessi della societ\u00e0 attuale, la fashion addiction. 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