{"id":31972,"date":"2014-09-25T20:00:26","date_gmt":"2014-09-25T18:00:26","guid":{"rendered":"http:\/\/www.imore.it\/rivista\/?p=31972"},"modified":"2016-12-18T15:21:28","modified_gmt":"2016-12-18T13:21:28","slug":"darling-ma-chi-ti-credi-di-essere","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.imore.it\/rivista\/darling-ma-chi-ti-credi-di-essere\/","title":{"rendered":"Darling, ma chi ti credi di essere?"},"content":{"rendered":"<div id=\"attachment_31974\" style=\"width: 209px\" class=\"wp-caption alignleft\"><a href=\"http:\/\/www.imore.it\/rivista\/wp-content\/uploads\/2014\/09\/angelos_bratis_summer_2015_0661.jpg\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" aria-describedby=\"caption-attachment-31974\" class=\"size-medium wp-image-31974\" alt=\"Angelos Bratis P\/E 2015\" src=\"http:\/\/www.imore.it\/rivista\/wp-content\/uploads\/2014\/09\/angelos_bratis_summer_2015_0661-199x300.jpg\" width=\"199\" height=\"300\" \/><\/a><p id=\"caption-attachment-31974\" class=\"wp-caption-text\">Angelos Bratis P\/E 2015<\/p><\/div>\n<p style=\"text-align: justify;\">Bene ha fatto la fashion community italiana, in primis per bocca del <strong>Presidente della Camera Nazionale della Moda Mario Boselli<\/strong>, a respingere al mittente le critiche \u2013 palesemente pretestuose \u2013 che parte dei media anglosassoni hanno rivolto all\u2019ultima tornata milanese di sfilate P\/E 2015.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">L\u2019<i><strong>Independent on Sunday<\/strong> <\/i>ad esempio ha titolato niente meno che \u201cNo new blood and no fresh ideas: How do you solve a problem like Milano?\u201d, comparando la deludente moda italiana con quella assai pi\u00f9 esaltante e innovativa (a suo dire) di New York e Londra. La storica fashion editor <strong>Suzy Menkes<\/strong>, in forze a <strong><i>Vogue<\/i>,<\/strong> ha dichiarato \u201ccandidamente\u201d di aver adocchiato in passerella troppi richiami agli anni Settanta e scarso entusiasmo per il futuro, anche per un problema di ricambio generazionale a livello creativo nonch\u00e9 per la modestia delle nuove leve. E via stigmatizzando.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Siamo sicuri che dietro giudizi simili non si celi, oltre ad un pizzico di invidia, l\u2019intento di tirare la volata alle Fashion Week di altri centri, magari quelli di casa propria? Perch\u00e9 questi \u201cSoloni\u201d d\u2019oltremanica e oltreoceano, prima di pontificare, non hanno chiesto ai buyer accorsi a Milano da tutto il mondo se hanno gradito o meno le collezioni proposte dai nostri stilisti e soprattutto perch\u00e9 non hanno dato un\u2019occhiata alla cospicua entit\u00e0 degli ordini d\u2019acquisto fatti? Perch\u00e9, anzich\u00e9 \u201cmingere\u201d anatemi (absit iniuria verbis) contro la mancanza di giovani, non vanno a chiedere l\u2019et\u00e0 di chi lavora negli atelier e negli style department delle maison? E poi diciamolo: sarebbe davvero un bene per l\u2019equilibrio del sistema sfornare novit\u00e0 <i>obtorto collo<\/i> rivoluzionarie ad ogni stagione? Infine, non si sono accorte quelle penne al curaro che il revival degli anni Settanta \u00e8 un trend globale, gi\u00e0 registrato su altre passerelle? Suvvia, siate onesti, cari reporter anglosassoni che finora ci avete insegnato l\u2019abc del buon giornalismo! Ma chi vi credete di essere?<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Giulia Crivelli del <\/strong><i><strong>Sole-24 Or<\/strong>e<\/i> ha colto nella debolezza del nostro sistema la genesi di queste esternazioni critiche \u201ca tutti i costi\u201d, quindi ha spiegato cos\u00ec la ragione per cui la moda italiana presta facile fianco agli attacchi stranieri: \u201cDall\u2019esterno si percepisce chiaramente quanto noi Italiani si sia individualisti, incapaci di fare squadra, non equipaggiati a pensare al \u201cbene comune\u201d. Noi siamo bravissimi a concentrarci sul \u201cproprio particulare\u201d, come diceva il mitico Guicciardini. Non penso che l\u2019individualismo \u00e8 l\u2019altra faccia, ineluttabile, incancellabile, inevitabile, della nostra famosa creativit\u00e0. Le debolezze attraggono gli attacchi. Se il bersaglio \u00e8 facile da colpire, verr\u00e0 pi\u00f9 voglia di scagliare pietre. Comincio a pensare che alla base di queste ricorrenti e gratuite critiche a Milano e alle sue settimane della moda ci sia anche questo. Che si somma a un provincialismo che mi farebbe quasi tenerezza se non fosse molto rischioso e a una sorta di perdurante sudditanza nei confronti di certa stampa straniera. Penso ad esempio all\u2019episodio pi\u00f9 eclatante degli ultimi anni, quando la Cond\u00e9 Nast America prese carta e penna e scrisse a tutti gli stilisti italiani pregandoli di concentrare le sfilate in pochi giorni perch\u00e9 \u201cla crisi aveva ridotto i budget per i viaggi, le spese in albergo ecc\u201d. La risposta pi\u00f9 adatta, in stile Bartleby lo scrivano, sarebbe stata: \u201cLa crisi ha colpito tutti, vi siamo vicini, soffriamo con voi, sappiamo benissimo di cosa parlate. Per\u00f2 no, la settimana di Milano non si accorcia. Cambiate alberghi, se proprio volete risparmiare\u201d. Invece a parole qualcuno protest\u00f2, ma la settimana della moda divenne, per due tornate, di QUATTRO giorni. Tutti contenti in Cond\u00e9 Nast America, disastro per l\u2019immagine di Milano e per il suo indotto (che conter\u00e0 pur qualcosa, a proposito di \u201ccomunit\u00e0\u201d e di sistema!)\u201d. Ben detto!<\/p>\n<div id=\"attachment_31976\" style=\"width: 208px\" class=\"wp-caption alignright\"><a href=\"http:\/\/www.imore.it\/rivista\/wp-content\/uploads\/2014\/09\/StellaJean-SS2015-140917-231.jpg\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" aria-describedby=\"caption-attachment-31976\" class=\"size-medium wp-image-31976\" alt=\"Stella Jean P\/E 2015\" src=\"http:\/\/www.imore.it\/rivista\/wp-content\/uploads\/2014\/09\/StellaJean-SS2015-140917-231-198x300.jpg\" width=\"198\" height=\"300\" \/><\/a><p id=\"caption-attachment-31976\" class=\"wp-caption-text\">Stella Jean P\/E 2015<\/p><\/div>\n<p style=\"text-align: justify;\">Riguardo alla durata delle sfilate, va proprio riconosciuto che \u00e8 stato un madornale fallo (per non dire una scelta \u201ctafazziana\u201d) ridurre il calendario di Milano Moda Donna a sei giornate di cui una e mezza scevre o quasi di carica attrattiva. In sostanza i big erano tutti concentrati nei primi quattro giorni e mezzo e i giovani (comunque pochini) relegati nel torpore finale, quando la press community era gi\u00e0 migrata in massa nella capitale francese. Giorgio Armani del resto, con la decisione di \u201ctagliare\u201d la sfilata della sua prima linea in chiusura di settimana, ha commentato: &#8221;Hanno sbagliato a fare il calendario; dovevano distribuirlo meglio, giorno dopo giorno\u201d. Parigi invece \u00e8 da sempre ben determinata a \u201cblindare\u201d la sua Fashion Week per sette giorni sette, obbligando stampa e buyer a trattenersi per l\u2019intero periodo. Se cos\u00ec fosse stato anche per Milano, i giovani debuttanti nell\u2019ambito del progetto<strong> N.U.DE.<\/strong>, incubatore di nuovi talenti, avrebbero potuto farsi apprezzare pi\u00f9 e meglio.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Amareggiato dalle staffilate della stampa estera si \u00e8 detto ovviamente Mario Boselli, Presidente della Camera Nazionale della Moda, il quale ha replicato contestando ci\u00f2 che ha definito il \u201cprovincialismo becero\u201d e rivendicando con orgoglio la presenza di \u201ccose fresche\u201d come i 15 giovani che hanno sfilato accanto ai grandi. \u201cEvidentemente i giornalisti non sono stati attenti&#8221;, ha controbattuto. D\u2019altro canto, la diplomatica CEO camerale <strong>Jane Reeve<\/strong> ha provato a sdrammatizzare raccontando: &#8220;Ho parlato con i giornalisti stranieri e mi sono sembrati tutti felici della variet\u00e0 e dell&#8217;energia delle collezioni. Rifarsi agli anni Settanta non \u00e8 un&#8217;accusa, erano anni bellissimi e i giovani non li conoscono, la stessa Suzy Menkes mi ha detto che non voleva attaccare la settimana della moda&#8221;. Boselli ha cos\u00ec concluso tra un mea culpa e un\u2019auto-assoluzione: &#8220;Bisogna parlare non di sfilate, ma di collezioni che sono 140 tra defil\u00e9 e presentazioni. Il rincrescimento pi\u00f9 grande \u00e8 non essere riusciti a dare visibilit\u00e0 a tutti&#8221;.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nel nostro piccolo, ci permettiamo di esortare la CNMI a impegnarsi con pi\u00f9 coraggio, rapidit\u00e0 ed efficacia sul fronte della selezione dei giovani, anche operando in sinergia con altri enti. Qualcosa si \u00e8 mosso, ma \u00e8 necessario attivarsi maggiormente.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Cosa si deduce da tutta questa storia? Le fila le ha tirate la giornalista economica esperta di moda del <i>Sole-24 Ore<\/i> Paola Bottelli offrendo tre spunti di riflessione: 1) l\u2019Italia si conferma il leader manifatturiero mondiale nel segmento del lusso con circa 62 miliardi di euro di fatturato attesi per quest\u2019anno, che fanno il paio con i 47 miliardi di export previsti; 2) molte aziende, soprattutto di piccole e medie dimensioni, da un lato stanno affrontando il delicato momento del passaggio generazionale, dall\u2019altro patiscono gli effetti della stretta creditizia, mentre le giovani leve stentano ad imporsi, anche per colpa dell\u2019inerzia delle istituzioni; 3) in passerella sfilano non pochi marchi privi dello \u201cstanding stilistico\u201d necessario: \u201cNon si parla, qui, di dimensioni del business insufficienti \u2013 peraltro oltre la met\u00e0 dei marchi di Milano Moda Donna ha ricavi inferiori ai 25 milioni, con una media di 12 milioni \u2013 ma proprio di contenuto di ricerca e innovazione. La sfilata ha costi importanti per le aziende e forse molti temono che un\u2019eventuale cancellazione trasmetta pensieri negativi ai compratori. I quali, per\u00f2, sono proprio gli interlocutori che hanno la maggiore necessit\u00e0 di scremare, soprattutto se operano sul mercato domestico sempre asfittico\u201d afferma Bottelli.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Vogliamo darci un po\u2019 pi\u00f9 di slancio dunque? Altrimenti, la prossima volta, gli stranieri avranno valide ragioni per rifilarci una gragnola di uppercut.<\/p>\n\n\n\n\t<div class=\"dkpdf-button-container\" style=\" text-align:right \">\n\n\t\t<a class=\"dkpdf-button\" href=\"\/rivista\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/31972?pdf=31972\" target=\"_blank\"><span class=\"dkpdf-button-icon\"><i class=\"fa fa-file-pdf-o\"><\/i><\/span> PDF<\/a>\n\n\t<\/div>\n\n\n\n\n\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Bene ha fatto la fashion community italiana, in primis per bocca del Presidente della Camera Nazionale della Moda Mario Boselli, a respingere al mittente le critiche \u2013 palesemente pretestuose \u2013 che parte dei media anglosassoni hanno rivolto all\u2019ultima tornata milanese di sfilate P\/E 2015. 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