{"id":5638,"date":"2009-05-08T14:44:31","date_gmt":"2009-05-08T12:44:31","guid":{"rendered":"http:\/\/www.imore.it\/rivista\/?p=5638"},"modified":"2009-05-08T14:50:42","modified_gmt":"2009-05-08T12:50:42","slug":"il-rondo-delle-vanita","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.imore.it\/rivista\/il-rondo-delle-vanita\/","title":{"rendered":"IL Rond\u00b2 delle vanit\u00a0"},"content":{"rendered":"<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignleft size-full wp-image-5643\" src=\"http:\/\/www.imore.it\/rivista\/wp-content\/uploads\/2009\/05\/41bg8d583ql__sl500_aa240_.jpg\" alt=\"\" width=\"173\" height=\"173\" srcset=\"https:\/\/www.imore.it\/rivista\/wp-content\/uploads\/2009\/05\/41bg8d583ql__sl500_aa240_.jpg 240w, https:\/\/www.imore.it\/rivista\/wp-content\/uploads\/2009\/05\/41bg8d583ql__sl500_aa240_-150x150.jpg 150w, https:\/\/www.imore.it\/rivista\/wp-content\/uploads\/2009\/05\/41bg8d583ql__sl500_aa240_-80x80.jpg 80w\" sizes=\"(max-width: 173px) 100vw, 173px\" \/>Quella costellazione di talento, business, cultura e vanit\u00e0 che va sotto il nome di moda italiana, che per alcuni assomiglia sempre pi\u00f9 alla Norma Desmond di\u00a0&#8220;Sunset Boulevard&#8221; e ad altri sembra ancora un&#8217;appetibile Lolita, quale parte della sua orbita ha descritto e dove sta andando?<\/p>\n<p>Non c&#8217;\u00e8 bisogno di scomodare la famosa tela di Gaugin (&#8220;Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo?&#8221;) per porsi questi interrogativi, anche se forse \u00e8 proprio dall&#8217;arte che pu\u00f2 decollare la nostra analisi.<\/p>\n<p><!--more--><\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignright size-medium wp-image-5644\" title=\"gillo-dorfles-jpg1\" src=\"http:\/\/www.imore.it\/rivista\/wp-content\/uploads\/2009\/05\/gillo-dorfles-jpg1-300x225.jpg\" alt=\"gillo-dorfles-jpg1\" width=\"210\" height=\"158\" \/>La moda italiana, infatti, non \u00e8 altro che la prosecuzione delle tradizioni artistiche e culturali del nostro Paese, ovvero il recupero delle doti espressive della nostra storia.<\/p>\n<p>Come ha affermato il filosofo e critico d&#8217;arte Gillo Dorfles qualche anno fa, &#8220;se le Grandi Arti sono in declino, occorre riconoscere che il design, appunto la moda, ha saputo rimpiazzarne la preminenza con tutta l&#8217;originalit\u00e0 possibile e immaginabile&#8221;.<\/p>\n<p>Posto che i nostri bravi stilisti avranno sempre qualcosa da dire, mantenendo una posizione di punta a livello internazionale, va pur riconosciuto che sono in corso mutazioni genetiche del <em>fashion system<\/em>, sotto il profilo concettuale innanzitutto. Cos\u00ec, se prima era un <em>must<\/em> imporre una determinata tendenza a livello sia materiale che spirituale, per cos\u00ec dire, da qualche tempo vige l&#8217;indifferente accettazione di tutto. Dunque, se va la minigonna va anche la <em>longuette<\/em>, se va il nero va anche il bianco, se va il casual va anche l&#8217;alta moda, e cos\u00ec via. In altri termini, \u00e8 vero che la <em>couture<\/em> ad ogni stagione continua ad emettere i suoi effimeri e transitori diktat, ma \u00e8 altres\u00ec vero che ora si pu\u00f2 seguirli senza patemi, scegliendo ciascuno come differenziarsi con originalit\u00e0, spaziando fra marchi, epoche, stili. Per usare un gioco di parole, si potrebbe affermare che vestirsi alla moda non \u00e8 pi\u00f9 di moda.<\/p>\n<div id=\"attachment_5641\" style=\"width: 195px\" class=\"wp-caption alignleft\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" aria-describedby=\"caption-attachment-5641\" class=\"size-full wp-image-5641 \" title=\"Ted Polhemus \" src=\"http:\/\/www.imore.it\/rivista\/wp-content\/uploads\/2009\/05\/tpfrontpage_1_600w.jpg\" alt=\"Ted Polhemus\" width=\"185\" height=\"204\" \/><p id=\"caption-attachment-5641\" class=\"wp-caption-text\">Ted Polhemus<\/p><\/div>\n<p>E visto che siamo diventati surfisti dell&#8217;abbigliamento, l&#8217;antropologo Ted Polhemus ha decretato che &#8220;non ci sono pi\u00f9 quelle che una volta si chiamavano le vittime della moda&#8221;, aggiungendo lo slogan: &#8220;Stilisti, voi forniteci gli aggettivi e i sostantivi. La frase la costruiamo noi&#8221;.<\/p>\n<p>In questo contesto, anche il valore del brand sta forse cambiando, sull&#8217;onda di quanti, sempre pi\u00f9 numerosi, restano persuasi della necessit\u00e0 di autorappresentarsi al di l\u00e0 di ogni omologazione e serialit\u00e0, refrattari a rimpiazzare il prodotto con una griffe, convinti che l&#8217;autentica funzione della firma &#8211; di per s\u00e9 priva di vita propria &#8211; debba essere il conferimento di valore ad un unicum effettivo (a proposito, sapete che fu Charles Fr\u00e9d\u00e9rick Worth, sarto inglese dell&#8217;imperatrice Eugenia, moglie di Napoleone, il primo a scrivere il proprio nome sugli abiti disegnati, per sottolineare cos\u00ec di essere un artista?).<\/p>\n<p>Finalmente qualcuno osa fare <em>outing<\/em> contro il <em>pret-\u00e0-porter<\/em>, colpevole di aver sistematizzato l&#8217;estetica, dagli anni &#8217;60 in poi, fino ad ottundere e ridurre in fin di vita quel desiderio che \u00e8 l&#8217;essenza stessa della moda, convertendo il capriccio di una stagione in un tam-tam martellante. Evitiamo le divise, <em>please<\/em>, anche se nobilitate da materiali qualitativamente ricercati o virtuosamente sperimentali.<\/p>\n<div id=\"attachment_5645\" style=\"width: 167px\" class=\"wp-caption alignright\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" aria-describedby=\"caption-attachment-5645\" class=\"size-medium wp-image-5645  \" title=\"worth1\" src=\"http:\/\/www.imore.it\/rivista\/wp-content\/uploads\/2009\/05\/worth1-196x300.jpg\" alt=\"Elisabetta d'Austria in abito di C. Fr\u00e9d\u00e9rick Worth\" width=\"157\" height=\"240\" \/><p id=\"caption-attachment-5645\" class=\"wp-caption-text\">C. Fr\u00e9d\u00e9rick Worth abito per Elisabetta d&#39;Austria ritratta da F.X.Winterhalter<\/p><\/div>\n<p>Il mondo sembra patire un eccesso semiologico, dove i segni sono abiti, accessori, oggetti per troppo tempo concepiti con irrazionale euforia. Vedi la femminilizzazione del maschio prima e la sua neutralizzazione poi, la corsa a stili fintamente innovativi, l&#8217;uniformit\u00e0 estetica, l&#8217;erotizzazione di ogni proposta, il sibarismo comportamentale.<\/p>\n<p>Sembra ora giunto il momento di fermarsi per ridefinire le regole, <em>condicio sine qua non <\/em>per essere poi legittimati a trasgredirle di nuovo. E intanto si punta sulla scenografia, sulla coreografia della rappresentazione, tanto per comunicare qualcosa, sforzandosi di recuperare una visione bifocale delle questioni e riscoprire lo spessore delle cose.<\/p>\n<p>Infine, per quanto concerne il non sempre facile rapporto tra la moda e le istituzioni, mi si lasci dire che le nostre capitali della moda, Milano in primis, pi\u00f9 e meglio dovrebbero metabolizzare strategicamente la figura dello stilista rimarcando l&#8217;attualit\u00e0 e l&#8217;importanza dei valori culturali e creativi che sottendono il suo lavoro. Insomma, dovrebbero guardare un po&#8217; oltre la teatralit\u00e0 performativa della passerella, inquadrandola come un fenomeno di cultura sostanziale, non estraneo ad altre forme di arte.<\/p>\n<p>Cosa che nemmeno il mezzo televisivo, per quanto potente, \u00e8 mai sembrato in grado di compiere. Il suo linguaggio, in effetti, stride drammaticamente col discorso della qualit\u00e0 sartoriale ed \u00e8 una pia illusione, se non un boomerang, credere che per &#8220;fare comunicazione&#8221; dagli alti ritorni commerciali basti saturare il video di modelle mozzafiato pericolosamente oscillanti su scalinate storiche. Il critico televisivo Aldo Grasso ha definito questa &#8220;una moda irrelata che parla a se stessa&#8221;, denunciando per giunta il paradosso secondo cui &#8220;il meglio della televisione odierna irride la moda corrente: il vestito slabbrato da cronista anni Cinquanta di Piero Chiambretti, le giacche bulgare di Gene Gnocchi, il chiodo di Corrado Guzzanti sono, per definizione, inimitabili e contro tendenza. Chi insegue l&#8217;idea dell&#8217;abito buono, dell&#8217;abito della festa, come fanno Gigi Marzullo o Aldo Biscardi, si predispone subito alla caricatura&#8221;.<\/p>\n<p>Il messaggio mi sembra chiaro: \u00e8 opportuno riposizionare l&#8217;attenzione dal risultato &#8211; l&#8217;abito &#8211; all&#8217;ideazione &#8211; il progetto sartoriale &#8211; concentrandosi sulla corrispondenza esistente fra se stessi e la rappresentazione di s\u00e9, sul gioco senza fine tra il proprio essere e lo spazio che si occupa nel mondo visivo ed emotivo.<\/p>\n\n\n\n\t<div class=\"dkpdf-button-container\" style=\" text-align:right \">\n\n\t\t<a class=\"dkpdf-button\" href=\"\/rivista\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/5638?pdf=5638\" target=\"_blank\"><span class=\"dkpdf-button-icon\"><i class=\"fa fa-file-pdf-o\"><\/i><\/span> PDF<\/a>\n\n\t<\/div>\n\n\n\n\n\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Quella costellazione di talento, business, cultura e vanit\u00e0 che va sotto il nome di moda italiana, che per alcuni assomiglia sempre pi\u00f9 alla Norma Desmond di\u00a0&#8220;Sunset Boulevard&#8221; e ad altri sembra ancora un&#8217;appetibile Lolita, quale parte della sua orbita ha descritto e dove sta andando? 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