Addio all’ultimo Imperatore
Lo stilista che seppe portare la moda classica nell’eleganza della quotidianità, elevando il colore rosso alle massime vette dell’espressività e del fascino, facendo leva sulla purezza del design e sulla semplicità della bellezza, esaltando lo charme poetico di abiti sartoriali fabbricati da magiche petites mains, ci ha lasciato il 19 gennaio. Ma forse non per davvero e non per sempre, dato che le sue straordinarie creazioni e idee restano e continuano ad ispirare splendori. Nei guardaroba delle donne meglio vestite al mondo, negli atelier, archivi e musei di tutto il mondo, ma soprattutto nell’immaginario collettivo.
Valentino Garavani era nato a Voghera, in provincia di Pavia, l’11 maggio 1932 in una famiglia di commercianti di generi elettrici, e sin da piccolo fu attratto dal mondo fashion, forse per influenza di sua zia Rosa che era negoziante di passamanerie.
Giovanissimo frequentò un corso da figurinista a Milano, poi imparò il francese e a 17 anni si trasferì a Parigi per studiare all’École des Beaux-Arts e alla Chambre Syndicale de la Couture Parisienne, per approdare infine nell’azienda di alta moda Jacques Dessès, dove rimase per cinque anni; in seguito, per altri due lavorò da Guy Laroche, quindi tornò in Italia nel 1959 per avviare un’attività in proprio grazie al sostegno economico della famiglia e di un socio del padre.
Il suo atelier fu aperto nella prestigiosa via Condotti, a Roma, dove Valentino realizzò la prima collezione, in cui era già presente quello che sarebbe diventato un’icona stilistica: il vestito rosso. Battezzato “Fiesta”, era realizzato in tulle rosso brillante, senza spalline e di media lunghezza (qualche decennio dopo, nel 2004, venne indossato da Jennifer Aniston alla prima del film “… e alla fine arriva Polly”).
Un abito rosso non mancò mai da allora in ogni sua collezione, al punto che Pantone registrò persino la tonalità denominata “Rosso Valentino” (2035 UP). Lo stesso Valentino amava raccontare che la passione per questo colore gli derivò da una serata all’Opera di Barcellona in cui poté osservare una raffinata signora dai capelli grigi con indosso un abito di velluto rosso che la faceva risplendere di charme.
Gli inizi professionali del nostro couturier non furono particolarmente felici se è vero che riuscì a vendere solo pochi lussuosi capi e il partner del padre si ritirò dal business, ma ogni problema nasconde un’opportunità e questa fu rappresentata da Giancarlo Giammetti, che Valentino conobbe di lì a poco e che divenne suo socio negli affari e compagno nella vita. Il legame con Giammetti gli permise non solo di potersi concentrare sulla creazione, ma anche di poter contare su una base finanziaria solida per realizzare i suoi progetti, facendosi conoscere e apprezzare dai VIP del tempo, a cominciare dall’attrice Liz Taylor, allora a Roma per girare “Cleopatra”, che divenne sua cliente e lo resterà per tutta la vita.
La consacrazione oltreoceano Valentino la raggiunse nei primi anni ’60, dopo la prima sfilata di haute couture a Palazzo Pitti a Firenze, che impressionò molto i buyer americani, in ammirazione dei vestiti da sera e degli abiti stretti in vita con le spalle larghe e la gonna a tubino.
Nel 1964, in occasione della collezione haute couture presentata a New York, Valentino fece uno degli incontri fondamentali della sua vita, trovando una cliente, un’amica e una musa in Jacqueline Kennedy, da poco vedova del Presidente JFK, la quale comprò da lui 6 abiti in bianco e nero, da indossare durante l’anno di lutto. In seguito, per anni l’ex-First Lady si vestì quasi solo in Valentino, incluso l’abito in pizzo avorio sfoggiato nel 1968 per il suo secondo matrimonio, che com’è noto si celebrò con l’armatore greco Aristotele Onassis. Quell’abito apparteneva ad una delle collezioni più famose (e costose) di Valentino, che comprendeva solo abiti bianchi, avorio e beige, prodotti con tessuti che costavano anche 2.000 dollari al metro: una sfilata che rese lo stilista un mito planetario.
Nel 1969 poi presentò il suo celebre logo con le iniziali e il primo negozio a Milano, seguito nel 1970 da quelli di New York e Roma. Le sue clienti, intanto, si facevano sempre più numerose e sempre più esigenti, appartenenti alla sofisticata high society di ogni continente, da sovrane a mogli di Capi di Stato, da star hollywoodiane a ereditiere, da aristocratiche a capitane d’industria.
Se negli anni ’70 e ’80 il brand si rivolse anche ad altre fette di pubblico in ottica commerciale, lo si dovette in particolare a Giammetti, il quale intuì le opportunità che potevano dischiudersi con il lancio di linee prêt-à-porter e per giovani, nonché di fragranze e accessori. La concessione di licenze poi garantì una notevole solidità finanziaria alla maison.
Valentino era ormai entrato nella leggenda mondiale, tanto che persino Andy Wahrol gli dedicò uno dei suoi celebri ritratti.
Tra le dive che nei rutilanti anni ’80 seppero meglio interpretare gli abiti di Valentino, restando indimenticabili nell’immaginario collettivo, vi furono Jane Fonda, Brooke Shields, Jessica Lange, Mercedes Ruehl, Elizabeth Taylor, Susan Sarandon, Jennifer Garner, Nicole Kidman, Kate Winslet, Sophia Loren, Julia Roberts, Anne Hathaway.
Con l’avanzare dell’età, e con l’arrivo di proposte economiche sempre più allettanti, Valentino e Giammetti decisero di vendere l’azienda nel 1998: lo fecero, per circa 300 milioni di dollari, cedendola al gruppo HdP (di cui era co-proprietario Gianni Agnelli, assai critico comunque dello stile di vita faraonico dello stilista), poi al gruppo Marzotto Apparel per 210 milioni di dollari nel 2002, senza che Valentino tuttavia lasciasse mai la direzione creativa.
Nel 2006 il Presidente della Repubblica Francese Jacques Chirac gli conferì la prestigiosa Legion d’Onore, il più alto riconoscimento transalpino. Quell’anno, dopo una grandiosa sfilata a Roma all’Ara Pacis con cui celebrava i 45 anni di carriera, lo stilista annunciò che avrebbe lasciato il timone creativo dell’azienda ad Alessandra Facchinetti (ex-Gucci). Di lì a poco uscì anche il raffinato documentario “Valentino: The Last Emperor” diretto da Matt Tyrnauer, che narrava in modo schietto l’ultima fase del percorso professionale del grande couturier.
Le vicende successive del brand Valentino sono storia recente, con il passaggio dell’ufficio stile nelle abili mani di Maria Grazia Chiuri e Pierpaolo Piccioli, che seppero garantire continuità e successo di vendite (si pensi alla scarpa Rockstud e alla omonima borsa con le loro borchiette quadrate, ad altissimo gradimento di pubblico).
La fortuna del brand fu confermata anche quando Chiuri passò a Dior e Piccioli rimase solo alla direzione creativa, un ambito in cui diede vita a pezzi memorabili come il cappotto rosa con l’orlo tagliato a vivo indossato su morbidi pantaloni in raso rosa e sandali bassi, capaci di emozionare e di offrire saggi di puro design facili da indossare e di grande impatto estetico. Per non parlare dell’introduzione in Pantone di un nuovo colore divenuto un must: il “rosa Valentino” appunto (Pink PP by Valentino). Da sottolineare anche l’attenzione di Piccioli per i valori della diversity e inclusivity, così come la sua valorizzazione del lavoro sartoriale delle petites mains e la sua sensibilità per la comunicazione omnichannel.
Nel 2012 Valentino fu acquisita dal fondo sovrano emiratino Qatar Mayhoola, che poi del 2023 ne rivendette il 30% al gruppo di lusso francese Kering, con la prospettiva di un controllo totale del marchio entro il 2028.
Nel 2024, infine, con l’uscita di Piccioli, è subentrato allo stile Alessandro Michele che, smentendo qualche timore della vigilia, ha saputo capitalizzare la lezione del Maestro Valentino attingendo al suo archivio, senza comunque trascurare il suo gusto personale, contribuendo così a rinnovamento progressivo della maison.
Valentino non è rimasto a guardare nel frattempo e non ha mai mancato di dire la sua, elargendo la propria “benedizione stilistica” a chi si è succeduto nelle stanze della creatività. L’immagine con cui ci piace ricordarlo e salutarlo è quella dei dieci minuti di applauso che suscitò durante una sfilata quando il pubblico vide come egli aveva reinventato i fiocchi, in omaggio alla femminilità pura. Con lui se ne è dunque andato un Maestro sommo della tecnica e del modo in cui ha trasformato le sue capacità sartoriali in una stella polare che tuttora guida la rotta più sicura nel mare della moda. Gli applausi continuano…












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