Londra accoglie Elsa Schiapparelli
Intitolata “Schiaparelli: Fashion Becomes Art” il 28 marzo 2026, e fino all’8 novembre del 2026 il Victoria & Albert Museum di Londra accoglie una mostra interamente dedicata a Elsa Schiaparelli. Non si tratta di una “prima” assoluta perché preceduta da altre retrospettive ugualmente significative della stilista italiana, ma naturalizzata francese.
“Shocking! The Art and Fashion of Elsa Schiapparelli”, viene presentata negli Stati Uniti al Philadelphia Museum of Art dal 23 settembre 2003 al 4 gennaio 2004 e successivamente è portata a Parigi dal 17 marzo al 29 agosto del 2004 dal titolo generico “Elsa Schiapparelli” presso il Musée des Arts Décoratifs (MAD). Le due mostre condividono lo stesso ricco catalogo, esaustivo per quando riguarda la vita e la produzione della stilista.
Il MAD parigino le dedica una seconda grande esposizione, “Shocking! Les Mondes surréalistes d’Elsa Schiaparelli” (dal 6/7/2022 al 22/1/23). La retrospettiva è stata inaugurata in occasione della sfilata Haute Couture Autunno-Inverno 2022 di Schiaparelli, realizzata dall’attuale direttore creativo Daniel Roseberry. Si proponeva di evidenziare come la carriera della stilista si costruisca grazie alla collaborazione con gli artisti del Movimento Surrealista, cui è legata da una profonda affinità̀. La stessa Schiapparelli scriveva nella sua autobiografia “Shocking life”: “Lavorare con artisti come Bébé Bérard, Jean Cocteau, Salvador Dalí, Vertès e Van Dongen e fotografi come Hoyningen-Huene, Horst, Cecil Beaton e Man Ray era esaltante. Mi sentivo aiutata, incoraggiata, al di là della realtà̀ materiale e noiosa che è la fabbricazione di un oggetto da vendere”. Così, spinta da una costante ricerca verso la dimensione del meraviglioso e del sorprendente, e incoraggiata da questi contatti, specialmente dal genio di Salvador Dalì, le creazioni della stilista vanno oltre l’idea del bello, nascono dal far proprio le basi del movimento surrealista che mira a liberare la creatività esplorando l’inconscio, il sogno, l’irrazionale.
L’esposizione di Filadelfia del 2004 e quella di Londra 2026 già nel titolo evidenziano l’intento dei curatori di sottolineare i forti legami del lavoro della Schiapparelli con l’arte del ‘900 evidenziando quindi come sia stata una figura centrale dell’avanguardia artistica di quel tempo: il riferimento costante è il suo legame con il surrealismo di Salvator Dalì, il cubismo, e anche il dadaismo.
Meno evidente è il suo contatto con il Futurismo, prima avanguardia storica europea del Novecento, fondata ufficialmente da Filippo Tommaso Marinetti quando pubblica il Manifesto su Le Figaro il 20 febbraio 1909, con l’obiettivo di rivoluzionare l’arte, la letteratura e il costume. Il Futurismo rimane in lei come sottofondo e non come ispirazione immediata e visibile nella realizzazione dei suoi abiti.
‘Per me, disegnare abiti non è una professione, ma un’arte.’
Questa affermazione può essere riportata come il punto centrale di contatto della Schiapparelli con il Futurismo, perché possiamo allacciarla alla visione Futurista dell’abito/l’abbigliamento come opera d’arte. Nel “Manifesto Futurista della Moda Femminile” elaborato da Vincenzo Fani nel 1920 la moda viene definita come un’altra arte che deve possedere la stessa forza creativa dell’architettura e della musica. Inoltre, secondo i postulati futuristi, deve rompere gli schemi, azzardare, essere stravagante, essere provocatoria, dirompente, di forte impatto emotivo attraverso le forme, i colori e l’uso di materiali inusuali; continuamente cangiante, attraverso l’uso degli accessori (i modificanti nel linguaggio futurista). L’abito femminile deve essere una creazione continua, capace di stupire e rompere gli schemi tradizionali, non solo della moda, ma anche della femminilità.
Molte di queste caratteristiche le ritroviamo nel lavoro della Schiapparelli, anche se in lei questi presupposti non approdano a evidenti risultati riconducibili al concetto futurista di abito, perché assorbiti totalmente nella visione surrealista distintiva delle creazioni della stilista. Ciononostante, le sue creazioni stupivano, pensiamo ai cappelli, il cappello a forma di scarpa, o l’abito scheletro, o anche la boccetta del profumo “Shockins “che riproduce la siluetta di Mae West. Ciononostante, Elsa Schiapparelli appare influenzata dal dinamismo Futurista, quando introduce maniche ispirate alle fusoliere degli aerei, quando decora i suoi abiti, o assume i colori accesi, quando introduce materiali nuovi come il kasha. Si trattava di un tessuto di cachemire molto morbido, caldo ed elastico; Schiaparelli utilizzò questo materiale innovativo per creare, all’inizio della sua carriera, maglieria dai colori brillanti e audaci. L’uso del kasha, gli permise di creare capi che univano l’eleganza a una nuova concezione di comodità e praticità: e siamo ancora in presenza di altro assioma futurista relativo all’abito che deve liberare e non costringere il corpo. In sintesi, il kasha è stato uno dei “materiali nuovi” scelti da Schiaparelli per stravolgere le regole della moda puntando su texture moderne e colori vivaci. Siamo nuovamente di fronte ad un postulato futurista quando evidenziamo la rottura con la tradizione: in senso lato la Schiapparelli ha stravolto i canoni tradizionali dell’abbigliamento. Troviamo in lei espressioni del voler andare oltre ciò che è abituale: la Schiaparelli è stata una delle prime a utilizzare la cerniera lampo (zip) anche a vista, sia come elemento funzionale che decorativo. Ha sperimentato materie plastiche come il plexiglas che ha usato per collane trasparenti; ha utilizzato il rayon, un tessuto innovativo per l’epoca che manteneva la forma; il lurex per effetti metallici e brillanti. Nelle sue collezioni sono apparsi materiali come ceramica, metallo (ad esempio per bottoni a forma di parti del corpo, insetti o animali) e cristallo. Spesso i tessuti esibivano stampe con motivi surrealisti o trompe-l’œil: basta ricordare i bellissimi maglioni dell’inizio della sua carriera, lavorati a mano con il fiocco sul davanti. Ha usato anche direttamente la pittura sugli abiti come l’aragosta dipinta da Salvator Dalì su un abito bianco indossato da Wallis Simpson oppure l’abito da sera che presenta un plissé dipinto a mano dall’ artista Jean Dunand. Talvolta usava in modo inusuale i materiali naturali, come nel bracciale coperto di pelliccia.
Per fare un esempio, alcune di queste innovazioni sono utilizzate in uno dei più iconici dei suoi vestiti: l’abito “Lacrime” creato assieme a Dalì. La chiusura dell’abito è una cerniera in plastica bianca; il tessuto è rayon, al posto della seta che era lo standard nell’alta moda. L’abito rimane nella memoria per la purezza delle sue linee e per la drammaticità che riesce a comunicare.
Il discorso su Elsa Schiapparelli potrebbe proseguire a lungo. Esaurire il tema Schiapparelli richiederebbe dire tante altre cose di lei che hanno influenzato la moda dopo di lei; fatti anche marginali , come per esempio dare un nome, un tema alle collezioni: “Circo”, “Zodiaco”, “Cosmo”, “Melodie”; l’aver creato un nuovo colore, il rosa Schiapparelli, il rosa shocking e averlo usato pur se così appariscente: ma anche questo è significativo della sua personalità dirompente. Infine, andrebbe approfondito il suo la voro come costumista, ha disegnato costumi per il cinema e il teatro e ha vestito star dell’epoca.
Ma ci fermiamo per dedicare alcune righe alla retrospettiva di Londra.
Innanzi tutto, dobbiamo segnalare che l’esposizione attuale allarga il suo sguardo dalle origini della maison e del suo rapporto con l’arte e le avanguardie del suo tempo, fino alla sua evoluzione con la attuale direzione creativa di Daniel Roseberry dopo il succedersi a breve distanza di Christian Lacroix, Marco Zanini, Bertrand Guyon. Questo susseguirsi di direttori creativi ci fa pensare alla difficoltà che possono aver incontrato nel rendere contemporaneo l’Heritage di una maison dall’heritage così peculiare e allo stesso tempo a riconoscere a Daniel Roseberry la capacità di mantenersi audace e visionario, guidato da un inesauribile estro creativo, per rendere indossabili e desiderabili oggi abiti che si muovono sulla scia della matrice surrealista che ha segnato il lavoro di Elsa Schiapparelli. Per giudicare appropriatamente l’attuale lavoro di Daniel Roseberry e del suo patron Diego della Valle, bisogna uscire dagli schemi applicabili a un brand di abbigliamento quotidiano, anche sei lusso. Non si può pensare che l’intento e lo sforzo di Diego della Valle nel rilevare l’archivio, la sede e il marchio della maison Schiapparelli ormai quasi dimenticato, sia stato quello di trasformarlo in un brand del circuito del pret-a- porter. E’ possibile invece leggervi la volontà di mantenere ancora oggi il particolare target delle estimatrici dei capi Schiapparelli: una clientela d’élite composta da donne indipendenti, intellettuali e celebrità, audaci, dirompenti anche nello stile dell’abbigliamento. Quindi va bene il lavoro di Daniel Roseberry di creare abiti Schiapparelli indossabili sui red carpet o in altre occasioni speciali dalle celebrity come già avvenuto per Kim Kardashian o Lady Gaga o Beyoncé.
La mostra si sviluppa secondo quattro percorsi:
Designing the Modern Wardrobe racconta l’evoluzione della carriera di Schiaparelli e dei suoi capi rivoluzionari, dai completi pantalone agli abiti da sera fantasiosi.
Creative Constellations evidenzia il rapporto della designer con artisti surrealisti e innovatori, tra cui salvator Dalí, Jean Cocteau e il fotografo Man Ray, mettendo in dialogo le opere d’arte con i suoi capi iconici.
Beyond Paris ripercorre l’espansione internazionale della Maison, con focus sulla filiale londinese e sulla sua influenza nel mondo dello spettacolo, teatro e cinema.
Golden Thread celebra l’eredità della Maison, oggi portata avanti da Daniel Roseberry, con creazioni scultore e innovative che intendono reinterpretare oggi la visione surrealista della fondatrice.
Come concludere? Elsa Schiapparelli merita di essere conosciuta di più anche in Italia, sua Patria d’origine anche se mai è tornata a soggiornarvi: sicuramente facendolo avrebbe accusato l’assenza di tanti stimoli culturali, artistici, di amicizie ecc. di cui si era circondata a Parigi. Ciò non toglie che risulterebbe molto interessante una retrospettiva anche in Italia. L’iniziativa spetta all’attuale patron Diego della Valle che tanto si sta adoperando per conservare, ridare voce a una maison che ha fatto storia nel mondo della Moda.















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