Il cielo più vicino
Un Vittorio Sgarbi riflessivo e introspettivo torna in libreria, più in forma che mai dopo mesi di depressione, con un libro d’arte dedicato alla montagna: “Il cielo più vicino. La montagna nell’arte” (edito da La nave di Teseo), in cui mostra come la natura e la montagna siano state interpretate dai più grandi artisti, a partire da Giotto (il primo pittore a raffigurarla, “il più umano di tutti”) passando per le Dolomiti nei quadri di Mantegna, dai cristallini paesaggi di Masolino agli aspri scorci leonardeschi dove le rocce fanno da cornice alle dolci Madonne, agli eterei acquerelli alpini di Dürer. Accanto ai maestri celebrati, Bellini, Giorgione, Tiziano, Turner, Friedrich, Sgarbi ricorda capolavori di artisti meno noti e provinciali come Ubaldo Oppi, Afro Basaldella, Tullio Garbari. Un viaggio che attraversa le Alpi e le altre vette d’Italia illustrate dal realismo di Courbet e dal simbolismo di Segantini, nei colori di Van Gogh, nell’espressionismo di Munch e nei fantasmi di Böklin, nelle intuizioni di Italo Mus, Dino Buzzati, Zoran Mušič, fino alla nascita del turismo montano, della fotografia e della grafica che raccontano con una lingua nuova la spiritualità delle terre alte.
“Niente si oppone alla natura più dell’arte, per ragioni costituzionali. L’arte infatti tende a istituire un universo proprio e chiuso in se stesso, con sue interne leggi che mirano a determinare una seconda natura. Nelle sue espressioni più sublimi, l’arte punta all’annullamento della natura, a sostituirsi a essa o a riprodurla a un tal grado di perfezione da farla dimenticare. Di fronte a un paesaggio di Claude Lorrain, di Jean-Baptiste Camille Corot, di Paul Cézanne o di Giorgio Morandi non sentiamo nessuna nostalgia e nessun desiderio di conoscere i luoghi reali che li hanno ispirati. L’arte finisce in se stessa e non rimanda a nessuna realtà esterna, anche se apparentemente evocata. Così di fronte agli stessi luoghi che vediamo dipinti proviamo ben diverse emozioni. E, di più, molto spesso chi resta incantato di fronte ai fenomeni naturali e ammira in estasi tramonti infuocati non ha nessuna reazione e nessuna sensibilità per gli stessi rappresentati in un dipinto; per converso chi sente, conosce e ama con educata sottigliezza le opere d’arte può essere indifferente davanti alla natura”.
Quello di cui Vittorio Sgarbi ci rende partecipi nel suo nuovo libro è il carattere unico e irripetibile di un’opera d’arte, in cui i luoghi rappresentati appartengono totalmente alla poetica dell’artista e il suo rapporto fenomenico con la realtà ha un’incidenza puramente esterna. E ciò vale soprattutto per la montagna, il cui tempo è il tempo della ricerca dell’uomo che attende un segnale dal cielo.
Oltre la montagna c’è il cielo più alto, dove la nostra mente trova i pensieri che la terra non consente. “Nulla è più vicino all’eterno della montagna e allo stesso tempo niente permette di intendere meglio i limiti dell’uomo, la sua fragilità” scrive Sgarbi.
L’arte ha dato un volto alle emozioni che animano chiunque si avvicini alle Alpi, alle Dolomiti, al Sella, le cui vette creano effetti straordinari, sorprendenti, come fossero creazioni artistiche, anzi creazioni di un Dio che diventa artista. Quelle creste, quel ritmo jazz che accompagna la visione dei monti, tra alti e bassi, rocce spezzate e incastri di cielo azzurro e spruzzi di bianco, hanno ispirato artisti non necessariamente di paesaggio, proprio perché la montagna evoca altro. Esse fanno da sfondo a episodi sacri o mitologici, ne determinano a volte il significato, la composizione. E spesso diventano protagoniste del dipinto, accentrando su di sé ogni significato, sacro o profano.
“In questa escursione tra le montagne – narra Sgarbi – ho avuto accanto un compagno, silenzioso e presente, uno dei grandi scrittori del romanticismo, René de Chateaubriand”. Nella Lettera sul paesaggio in pittura del 1795, pubblicata solo nel 1830, lo scrittore francese, rivolgendosi a un giovane artista, stabilisce con naturalezza e semplicità i principi dell’estetica romantica, che ancora oggi guidano il nostro sguardo di fronte a certi spettacoli della natura. Chateaubriand scrive pensieri all’apparenza provocatori, ad esempio che i pittori paesaggisti non amano abbastanza la natura e la conoscono poco. Ma è davvero una provocazione? I grandi maestri sono coloro che in qualche modo sentono che la montagna deve raccontare qualche cosa che non è quello che si vede, ma quello che si sente. La montagna, più di ogni altro paesaggio, forse solo come il mare, ci pone il problema del rapporto con il cielo, del rapporto con Dio.
“Ecco perché ho voluto questo titolo, Il cielo più vicino. Percorrendo le strade che salgono verso o dentro le montagne, da ragazzo in compagnia dei miei genitori o da adulto, nei miei viaggi, di giorno o di notte, ho sempre sentito che qualche cosa che sta non di qua, ma di là, oltre le nuvole, riguardava la mia anima, non i miei occhi, non il mio sguardo. Il tema della montagna reca con sé il pensiero di Dio” rivela Sgarbi.
Come scrive Chateaubriand: «Il pittore che rappresenta la natura umana deve occuparsi dello studio delle passioni. Se non conosce il cuore dell’uomo, conoscerà male il suo volto. Il paesaggio, come il ritratto, possiede una parte morale e una intellettuale, eppure è necessario che parli, che, attraverso l’esecuzione materiale scaturiscano fantasticherie e sentimenti da cui nascono i diversi scenari».




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