Un esempio italiano di responsabilità. La Rete Slow Fiber
A partire dal 19 luglio 2026, entra in vigore nell’Unione Europea il divieto assoluto per le grandi aziende di distruggere capi di abbigliamento, accessori e calzature invenduti. Il provvedimento riguarderà immediatamente le imprese con oltre 250 dipendenti o con fatturato annuo superiore a 50 milioni di euro. Le imprese di dimensioni più piccole avranno invece tempo fino al 2030 per adeguarsi alla normativa.
L’obiettivo è rendere i prodotti nell’UE più sostenibili, circolari e a lunga durata, privilegiando riparabilità, riciclabilità e introducendo il Passaporto Digitale di Prodotto (DPP). Le aziende sono inoltre obbligate a pubblicare ogni anno sul proprio sito web, i dati sui beni di consumo invenduti e le relative modalità di smaltimento, specificando quantità, peso e motivi della scelta.
La norma mira così a responsabilizzare i produttori, incentivando il riutilizzo, il riciclo e il contrasto allo spreco attraverso una comunicazione trasparente dei dati di invenduto destinato a diverse forme di gestione degli scarti. Ogni anno, il settore tessile produce oltre 150 miliardi di capi di abbigliamento, molti dei quali finiscono rapidamente in discarica. Questo modello di consumo non è sostenibile.
Le alternative allo smaltimento esistono già e sono applicate dalla rete italiana Slow Fiber, che riunisce oltre quaranta imprese della filiera tessile. Si tratta di una rete di aziende italiane della filiera tessile e dell’arredamento, unite per promuovere la sostenibilità e la trasparenza, l’equità il rispetto per le persone e la responsabilità, per promuovere prodotti non solo belli ma anche buoni, sani, puliti, giusti e durevoli. Ciascuna azienda di Slow Fiber svolge all’interno dei propri stabilimenti il proprio passaggio produttivo della lunga e complessa filiera tessile della moda e dell’arredamento che parte dalla fibra tessile e attraverso le fasi di filatura, tintura, tessitura, finissaggio, tintura, taglio e confezione arriva al prodotto finito.
Alcuni esempi tra le aziende parte della rete Slow Fiber.
La piemontese L’Opificio non distrugge mai l’invenduto d’alta gamma, ma lo ricolloca tramite stock a prezzi speciali o vende i piccoli tagli ad aziende di tappeti e appassionati di bricolage. A Bologna, Roberto Collina punta sulla cultura del recupero, riparando i capi in maglieria di lusso difettosi per reinserirli nel circuito commerciale. La milanese Maglieria Gina ottimizza i filati con la «ri-roccatura» e cede i tessuti fallati a stockisti, scuole o privati per l’auto-confezione. A Torino, il maglificio Oscalito eccelle nell’upcycling combinando logiche industriali e circolari, trasformando gli scarti di cotone in imballaggi e i residui di lana-seta in nuovi maglioni. Infine, Quality Biella offre servizi di controllo e rammendo per reindirizzare i capi dei clienti agli outlet, riciclando al contempo i propri scarti interni per produrre grucce e porta abiti.
Questi esempi dimostrano che contrastare i modelli insostenibili del fast e ultra fast fashion è possibile, anche se la via principale di soluzione del problema quella di ridurre i volumi produttivi all’origine, preferendo l’alta qualità e la durevolezza. Questo perché il tessile è molto difficile da riciclare quindi è fondamentale che il prodotto sia creato per durare ed essere riparato. “I modelli deviati del fast e dell’ultra fast fashion, fondati sullo spreco e sul rifiuto, producono molto più del necessario” – spiega Dario Casalini, presidente e fondatore di Slow Fiber– “creando spaventosi volumi di invenduto che devono poi essere smaltiti in qualche modo.
Grazie alla collaborazione tra le aziende della rete, ogni fase produttiva è studiata per ridurre l’impatto ambientale, valorizzare i lavoratori e garantire la qualità dei prodotti. Dalla fibra al confezionamento, la rete promuove trasparenza e responsabilità, un impegno concreto verso la sostenibilità, il rispetto per l’ambiente e il benessere delle persone.




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