I girasoli che non volevano girarsi
Eliotropismo: il fenomeno per cui una pianta sensibile alla luce si volge nella direzione del Sole seguendone il corso durante il giorno. I girasoli ne sono da sempre esempi per eccellenza.
Quelli del campo confinante con il mio giardino, però, no; loro non si voltano, come gli uomini del poeta Montale. La mattina li trovo orientati verso est, in atto di saluto all’astro nascente e li ritrovo in questa direzione per il resto del giorno. Dove si volgano di notte non so, ma sospetto che se ne stiano lì a scrutare il cielo ad est, in attesa del sorgere del Sole.
Chissà qual è il loro segreto… Mi chiedo se si comportino così per un difetto di Flora (“uno sbaglio di natura”, sempre per citare Montale) o per una sorta di ribellione contro chissà cosa o chi..?
Mi sembra comunque di essere l’unica ad avere notato la loro apparente pigrizia… E se volessero dialogare solo con me? Se mi stessero dicendo che non bisogna cambiare direzione continuamente nella vita, che si può essere felici anche qui ed ora, fermi ma vigili?
Bisce
Ogni estate, al volgere di luglio, cominciano a comparire bisce d’acqua nel mio giardino. Credo che siano i piccoli della nidiata, spauriti e disorientati, in cerca di una pozza e di un po’ di frescura, per quanto siano animali a sangue freddo e amino quindi esporsi al sole (ma non evidentemente al solleone che disidrata la terra e le forze).
Non appena ne avvisto una, mi assale un senso di orrore e, spaventata, batto in ritirata augurandomi di non incappare mai più in un simile incontro e poi, le volte successive in cui esco in giardino, mi guardo intorno circospetta sobbalzando ad ogni lucertolina che mi attraversi la strada. In realtà, le più terrorizzate sono proprio loro, le innocue biscette, che in preda al terrore quando mi vedono non sanno più che fare e dove andare, così continuano a dimenarsi cercando di arrampicarsi su un muretto o una pianta, raramente con successo.
A ben pensarci, mi fanno una pena! Le temo, anzi ne ho uno sgomento misto ad autentico ribrezzo, ma le capisco e mi dispiace di non riuscire ad intenerirmi quando le osservo schifata così inermi e disperate.
Forse la vera umanità consiste proprio nell’imparare ad amare la bruttezza, l’orrido, il disgusto, se si sa che è innocente.
Vecchio giardino
Il giardino della casa in cui vivo è vecchio di molti decenni. Realizzato, nel suo assetto attuale, dai miei nonni materni – non so se recuperando aiuole preesistenti o creando tutto ex-novo – deve soprattutto a mia nonna la tipologia di piante che vi dimorano: tante varietà di rose, ortensie, piante grasse, ibiscus, erbe aromatiche, lavande, anemoni, campanule, edere, iris, abeti (di cui ne è sopravvissuto solo uno, stupendo, salvatosi dai tagli decisi per evitare possibili crolli in caso di nubifragi e sconnessure nella pavimentazione, causate dalle radici robuste e ampiamente ramificate), un tempo anche gladioli, gigli, tulipani, clematidi e altri rampicanti oggi scomparsi, oltre a molteplici piante in vaso, sia verdi sia fiorite. Non è un giardino di facile pratica e comoda gestione, essendo suddiviso in diverse zone separate da ghiaia o cemento, avendo grande sete d’acqua, richiedendo potature e cure costanti, ma garantisce grandi soddisfazioni se ci si dimostra collaborativi nei suoi confronti. Ogni tanto ci stupisce, generando con apparente spontaneità piante che nessuno ha seminato o recuperando dalla fucina del tempo vegetali che vi lussureggiavano anni fa. E’ un giardino a cui mi sento molto affezionata perché vi sono legate varie vicende della mia famiglia e in esso colloco buona parte dei miei ricordi d’infanzia e giovinezza: i giochi, le letture, gli ozi estivi, i trastulli con gli amati gatti, gli addobbi natalizi, gli studi, gli incontri con tanti amici di famiglia ormai scomparsi… Come tutti i giardini antichi, è forte e fiero, pacifico e saggio, non si arrende agli elementi che lo minacciano – siano essi il meteo avverso, sempre più letale, o i parassiti – e guarda sempre al futuro, nel rispetto della ciclicità delle stagioni, talvolta snobbandole e marciando con ritmi suoi. Naturalmente ha un’anima tutta propria che lo tiene vivo e brioso, attrattivo per tanti animali di terra e d’aria. E come tutti i giardini antichi, è un po’ malinconico e magico nei suoi silenzi, nella sua alternanza di ombra e luce, nei suoi profumi gentili, popolato di presenze ancestrali che vi si celano discrete. Potessi un giorno io pure librarmi leggera nel verde del suo cuore…
L’estate è quel tempo…
L’estate è quel tempo in cui ci si accorge che qualcosa è cambiato per sempre dentro di noi. Magari durante il resto dell’anno non si percepisce – o si percepisce solo vagamente – il processo che avviene interiormente, distratti come siamo dal lavoro, dagli impegni familiari, dalle vicissitudini della vita quotidiana. D’estate, se ci ferma un attimo, si comprende nettamente che qualcosa è perduto per sempre. Non è solo questione di rimpianti malinconici della giovinezza, ma il modo stesso di concepire la vita, i rapporti, il passare del tempo, che da infinito si condensa, si sfronda, si sedimenta, fino a dare l’impressione di sparire.
E noi, dentro di esso, possiamo sentirci o soli, isolati, vuoti oppure unici, distintivi, paghi. Per sentirsi unici, bastanti a se stessi, si deve smettere di cercare conferme esterne, e scoprire l’autenticità del cuore che nutre di spazio l’anima espandendola. È lì che si edifica quella libertà interiore che alimenta la resilienza emotiva e costituisce un rifugio sicuro contro ogni tempesta esterna. In questo luogo dell’anima, che si popola di quiete e forza, in cui la nostra persona si realizza pienamente in tutta la sua complessità individuale sostanziandosi di dignità, si scopre il coraggio, la determinazione, il vigore per affrontare il mondo.
Il tempo
E’ passato tanto tempo, mentre attendevo che tutto succedesse. Nel frattempo, sono diventata adulta… Sono scomparsi quasi tutti i miei cari, senza che riuscissi a dire loro veramente quanto li amassi e quanto fossi grata della vita che mi avevano dato e facilitato, debitrice di tutto ciò che sono nel bene (di tutto ciò che sono nel male l’unica responsabile potrei essere solo io). Mi dispiace se a volte li ho delusi e non ne ho onorato la memoria degnamente, ma il tempo – che tutto può con i suoi “nastri paralleli” di montaliana memoria – potrà forse consentirlo fuori sincrono.
Tutto passa, tutto torna, ma non è mai lo stesso. A noi tocca scoprire la veste nuova di un’anima (o una parte di essa) che resta fedele a se stessa.
A volte ho cercato di fermare il tempo, di riavvolgerne le spire, di anticiparlo, ma il tempo è la divinità più spietata, ostinata e inflessibile. Forse non esiste nemmeno ed è mera invenzione umana per scandire il fluire della propria esistenza e il fluire delle stagioni… Solo per un istante vorrei essere laddove – come teorizzava Einstein – spazio e tempo sono la medesima cosa, per vedere il volto del Nulla o del Tutto da cui proveniamo e in cui finiremo.
Ma è anche un nume retto il tempo, che si dice sia galantuomo e renda giustizia, sani le ferite e lavi le colpe trasformandole in occasioni di riscatto, perdono, riconciliazione. Un dio che rende possibile l’impossibile concedendo nuove occasioni e nuovi percorsi di rinascita.






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